Raccontano la storia della Puglia: Salviamole!

     Per secoli l'abbazia svolse un ruolo egemone. Lo stratagemma del corsaro Almogavaro e la strage dei monaci cistercensi.

     All’alba, un improvviso squillo rompe il silenzio di casa Radicchio. All’altro capo del telefono, una voce trafelata e ansante: «Architetto, venga al più presto! Forse ci siamo…». L’interpellato si catapulta dal letto, infila in un baleno pantaloni e camicia, quindi di corsa sull’auto. Destinazione le Tremiti, più precisamente l’isola di San Nicola, dove è in corso il restauro di un edificio Ottocentesco. Vi lavorano tre operai e un capomastro. Quest’ultimo era stato allertato: se vedi qualcosa di strano, avvertimi subito. E così ha fatto.

      Giuseppe Radicchio, l’architetto, da tempo insegue un preciso disegno: rintracciare antiche vestigia architettoniche per dare spessore storico a miti e leggende. Strabone, ad esempio, narra che nel 1° secolo a.C., a causa dei suoi facili costumi, nel mini-arcipelago dell’Adriatico fu confinata Giulia, nipote dell’imperatore Augusto. Ed ora, in seguito alla segnalazione del capomastro, l’architetto-007 trova finalmente, sotto un battuto coccio di pesto, frammenti di un mosaico. Un’altra traccia romana simile a quella rinvenuta, nella vicina zona archeologica, tra i ruderi di una villa risalente appunto al periodo menzionato da Strabone.

     Non solo Roma, ma anche Grecia e dintorni. Come si sa, uno dei leggendari personaggi più ricorrenti è Diomede, l’eroe omerico che, dopo la guerra di Troia, avrebbe trovato morte e sepoltura nelle isole. I suoi compagni di viaggio furono trasformati da Venere in uccelli marini, le Diomedee, perchè lo vegliassero in eterno: di qui il loro canto lamentoso. Ma il mito del re degli Etoli, amico per la pelle di Ulisse, nasconde una diversa realtà, probabilmente la dominazione dei Principes dauni sulla terraferma. Non è finita: andando più in la negli anni c’imbattimo in tracce del neolitico, dell’età del ferro, del bronzo. Insomma, un museo dell’uomo a portata di tutti, in meno di un chilometro quadrato.

     E proprio a questo singolare e prezioso museo il Nostro dedica un libro dal titolo L’Isola di San Nicola di Tremiti (Palomar editore, pag.175, £.75mila). La pista è sempre quella: l’architettura, come filo di Arianna, per leggere la Storia, questa volta dai secoli bui ai giorni nostri. E così grazie al linguaggio delle pietre, distinguiamo il romanico dal gotico o dal rinascimentale, fino agli interventi ottocenteschi che trasformarano l’Abbazia in un "luogo di pena".

     Un dato è certo. Il monastero di Santa Maria di Tremiti sorto interno all’anno Mille, svolge per circa sei secoli un ruolo egemone su vasti territori che si estendono dalla Puglia al ducato di Benevento. All’interno di quelle spesse mura - dotate di torri, feritoie e con una Chiesa in pietra d’Istria «bianca come un osso di seppia» - vive una società nuova, quasi una «controsocietà», che ha rapporti diretti con la terraferma garganica e dalmata; che promuove profonde innovazioni negli studi letterari e nella scienza medica ma anche radicali trasformazioni in campo agrario.

     Una cultura ed un’economia, dunque, che s’irradiano all’interno. Che il cenobio benedettino fosse, sin nell’alto medioevo, nel pieno fulgore lo attesta l’ospitalità data a due futuri papi: Federico di Lorena e Desiderio. Così come altri documenti una bolla di Alessandro IV del 1256 confermano la ricchezza dei beni posseduti dai monaci. Inoltre, fino al Cinquecento è attiva una scuola dove ai novizi s’impartiscono nozioni di matematica, astronomia, musica. Ed è parimenti fiorente un artigianato artistico: lo si evince da una controversia nella quale i monaci s’impegnano a donare all’arcivescovo di Siponto una «icona» ed una «ricca tunica» evidentemente di fattura locale.

     Nel 1237 viene sospeso l’ultimo abate benedettino, Pietro, e la mano passa ai Cistercensi. Che si avvalgono della protezione degli Angioini per contrastare l’assalto dei pirati. I nuovi «padroni di casa» non si risparmiano: rifanno il monastero, le navate laterali della chiesa e il presbiterio. E soprattutto, cosa più importante, trasformano l’Abbazia fortificata in fortezza. Nonostante queste precauzioni, tocca proprio ai solerti cistercensi subire, nel 1334, l’affronto più grave: una terribile strage da parte dei corsari dalmati, capitanati da Almogavaro. Costui ricorre a una specie di «cavallo di Troia» per ingannare gli assediati: fattosi rinchiudere in una bara colma di spade, fa annunciare ai frati la sua morte e un lascito di trecentoventi scudi veneziani. Ma, una volta nella Chiesa, «quello che era nella cassa, gittando il coverchio, saltò fuora, e li compagni prendendo le spade ammazzarono tutti li Frati e rubbarono la chiesa, e quanto trovarono in quell’isola…».

     Dopo questa batosta, passa quasi un secolo prima che il monastero possa tornare a nuova vita. C’è un altro cambio di guardia: ai cistercensi subentrano i lateranensi. I quali riprendono i lavori di restauro e di potenziamento costruendo il «Convento nuovo> con il dormitorio e il porticato sottostante, grazie anche all’apporto dei monaci Cipriano Milanese e Matteo Mecenato Vercellese. Ne sortisce un complesso abbaziale super-fortificato e inespugnabile, tanto è vero che nulla può l’armata turca di Pialy Pascià con le sue centocinquanta galere.

     Il declino, tuttavia, è inarrestabile; e cresce di pari passo con il divario tra le rendite e gli esborsi per mantenere la guarnigione e le attività culturali e religiose. A questo punto i lateranensi cercano di vendere l’intero monastero ai padri Celestini ma il progetto viene bloccato. Il colpo di grazia arriva comunque con i Borboni: nel 1780 Ferdinando IV decise la soppressione dell’Abbazia, incamerando i beni nel Regio Demanio. Non solo: destina l’isola a luogo di pena; e successivamente vi esilia i capi-bastone della camorra napoletana. Il resto è cronaca. Una cronaca – rammenta il nostro architetto – non sempre piacevole perché incuria e abbandono minacciano di distruggere un museo a cielo aperto. Bisogna muoversi, e presto, per non lacerare altre pagine di questo maxi-libro sulla civiltà pugliese. Prima del restauro, in molti casi, occorre procedere al consolidamento. Adesso ci sono fondi Cee, un’occasione da prendere al volo per non correre ulteriori rischi.

Articolo di Vinicio COPPOLA - tratto dalla Gazzetta del Mezzogiorno del 9 Giugno 1993