LE FASCINOSE TREMITI

Guida per il turista

 

Sono lieto di inserire in questo sito, grazie alla disponibilità del dott. Giovanni IMPAGNATIELLO, ampi stralci del libro "LE FASCINOSE TREMITI" scritto e pubblicato  negli anni settanta dallo stesso "Don Giovanni" durante l'incarico di Segretario Comunale  alle Isole Tremiti e nello stesso periodo in cui mio padre, Gennaro VALENTE, era il maestro elementare.          

                                                                                           Gabriele Pio VALENTE

 

Indice

L'ARCIPELAGO

     Turista, finalmente sei arrivato alle Tremiti, che cogli con lo sguardo smarrito, non sapendo scegliere dove soffermarsi per la vacanza che è lo scopo del tuo viaggio.

     Non mi dispiacerà farti da guida, anzi mi pregio indicarti le cose stupende della natura e quelle grandiose che la storia tramanda.

     Scorgi a destra l'Isola di San Nicola, rocciosa, alta a picco, che cala nella spiaggetta arenosa con villaggio in mezzo a due filari d’alberi della specie di tamerici e acacie e una piccola pineta all'interno, con la fortezza del Castello dei Badiali e la sede degli Uffici. Un tempo colonia penale, poi confino politico.

     Misura ettari 42, ha periplo di Km. 3,700, lunghezza di Km. 1,600 e altezza massima di m. 75.

     A sinistra l'Isola di San Domino, l'orto di paradiso, così chiamata dai monaci benedettini, per la fertilità e spontaneità di fiori d’ogni colore, che tutto inghirlanda il villaggio, con la distesa pineta olezzante e ombrosa, che dirama sin sotto il mare, con acque limpide; frastagliata di cale, punte, scogli, mirabile quello dell'Elefante dalla forma che assume, grotte, stupende quelle delle Viole e del Bue Marino, nei pressi del faro, che prima si avvista; accogliente nell'arenosa Spiaggia delle Arene, nella Cala Matano con sovrastante Hotel Eden, nella Cala degli Inglesi, dove vi è il Campeggio Sociale del T.C.I. e sotto i Pagliai, monoliti a forma di piramide somiglianti a veri pagliai, con entrata per mare, nei pressi sorge il Campeggio Internazionale di Simonetti.

     Si estende per 207 ettari, con periplo di Km. 9,700, una lunghezza di Km. 2,600 (a metà percorso trovasi il Villaggio) e altezza di m.116 alla punta della Cappella dell'Eremita.

Al centro l'isolotto del Cretaccio, giallo per la natura argillosa e che va scomparendo per corrosioni incessanti d’agenti atmosferici e marini. Misura ha 3,5, ha altezza di m.30 e periplo di Km. 1,300. A m. 20 trovasi lo scoglio della Vecchia.

     E dietro San Nicola, ammiriamo l'isola di Caprara, disabitata ma interessante come le altre, con architello grandioso d’architettonica naturale, alla punta del faro.

E' vasta ha 45, lunga Km. 1,600, con periplo di Km. 4,700.

     Alla distanza di Km. 22, l'isola di Pianosa, estesa ha 11,4, con uno sviluppo di costa di Km. 1,700 e altezza massima di m.15, per cui è parzialmente invasa dalle acque. E', nella forma, simile alla Caprara e medesimamente senza vegetazione. E' disabitata.

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La leggenda di Diomede.

     Si tramanda come l'eroe greco, nel sec. XI a C., reduce dalla guerra di Troia, giungesse a Tremiti e poi nel Promontorio, sbarcando a Rodi e dirigendosi in Puglia, antica Ausonia, dove costruì città cui impose nomi di sua origine.

     Le Tremiti furono chiamate «Isole Diomedee».

Fondò le città di Vico del Gargano, Lucera, Arpi, a otto chilometri da Foggia, Siponto, presso Manfredonia ed altre città, che vantano tutte origini dall'illustre eroe greco.

     Già sotto l'impero di Roma, smarrito il ricordo del leggendario eroe greco, si continuò a chiamare l'arcipelago coll'antico nome di Tremetus e in italiano Tremiti, che significa trèmiti o tremori, con riferimento alle scosse telluriche che divisero l'unica isola in isole più piccole costituenti l'arcipelago tremitese e probabilmente distaccarono queste terre dal Gargano, molto simile.

     Si dice che Diomede in ultimo arrivasse a Tremiti, coi compagni e colto da morte, fosse seppellito quivi, probabilmente nei pressi del sepolcreto greco-romano.

     La leggenda vuole che i compagni, secondo una mitologia greca tramutati in uccelli Diomedee (simili a gabbiani con bianco petto ma le ali e il corpo grigi), svolazzassero perennemente tra scogli marini di notte, emettendo grida simili al piangere di bambino, a compianto della morte del loro duce.

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Scoperta di reperti antichi - Museo civico di San Nicola

     Nel secolo passato si rinvennero:

     Da parte dello Squinabol: lance, asce, coltellini formati di materiale di selce, vasi decorati con segni impressi con stecche di legno, gusci di conchiglie e unghie d’uomo dell'età della pietra.

     Da parte del Prof. Zorzi di Verona e Pasa, numerosi scheletri umani ricavati da roccia in cui erano pietrificati, da assegnarsi all'era neolitica della preistoria.

     Da parte ancora dello Zorzi, si rinvennero in mare anfore romane, quattro fusti di cannone di bronzo e due ancore grandiose, lunghezze m.3,05 e m.3,66, probabilmente appartenenti alle due galee turche affondate da tremitesi, nell'assedio del 5,6,7 agosto 1567.

     Quest'ultimo materiale, unitamente a colubrine che gli isolani utilizzavano come bitte per assicurare le barche, forma il Museo Civico di San Nicola. Molto del restante fu portato al Museo di Storia naturale di Verona.

     I ritrovamenti iniziarono nel 1895 con lo Squinabol, susseguiti dallo Zorzi e Pasa.

Il mare verso la Cala della Provvidenza e Vuccolo è pieno d’anfore romane per affondamento sicuro di navi romane.

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Colonia - Costituzione del Comune

Le Tremiti dal 13 dicembre 1863 furono amministrate dal Direttore della Colonia, che sovrintendeva a tutti i servizi con poteri verso i deportati comuni e politici e verso la popolazione civile. In seguito ad inchiesta ministeriale, che si concluse con l'arresto del Direttore della Colonia, le Tremiti furono erette a Comune autonomo con R.D.L. 21 gennaio 1932, n.35.

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SAN NICOLA

La muraglia di fortezza.

     Ci sovrasta imponente la muraglia di fortezza del Castello dei Badiali.

     Sappi che al governo dell’abbazia si succedettero tre ordini di frati: i Benedettini, primi, nel 1016; i Cistercensi dal 1237; i Canonici Lateranensi, ultimi, dal 1412 al 1780, che escogitarono di difendersi da attacchi nemici e pirateschi con mura colossali, invalicabili, che ammiriamo. Scorgiamo vicina la casa dell’Ammiraglio, di recente imessa a Centrale elettrica.

     Varchiamo il primo portale, di legno massiccio, alla cui sinistra vi era l’accesso che immetteva ad una passerella in legno che congiungeva l’isola al Cretaccio e questo con San Domino.

     Saliamo la prima rampa fiancheggiata da muraglia di cinta con feritoie per spari di moschettoni, alla fine ci troviamo sotto ad un portale con scritta «cotèret et confriget», di monito all’invasore che «verrà schiacciato e stritolerà».

     Sovrasta il porticato di questo portale il Torrione del Cavaliere de Crocifisso, un tempo integro.

     Alla voltata della rampa, notiamo la cappelletta della Madonna delle Grazie, che si festeggia il 2 luglio, con processione a mare.

     La rampa termina con porticato che è la base della Torre del Pennello, che reca scolpito, visibile dal mare, lo stemma crociato dei canonici Lateranensi.

     Lo straniero deponeva le armi nella stanza, detta dell’Uomo Armato, sottostante alla torre predetta.

     Le due rampe sono di m.50 la prima e 70 la seconda.

     Lo sguardo può ora spianarsi e guardare dappertutto: da vicino il villaggio, ex colonia di confino fascista, sullo sfondo il Castello, alla sinistra si notano due corazze di ferro, di copertura dei cannoni serviti nella prima guerra mondiale e libica del 1911, con piazzatura, esistente, sul vicino terrazzo, detto pertanto Sul Cannone.

     Da questo terrazzo è possibile cogliere l’Arcipelago nelle sue bellezze complementari.

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Il Castello dei Badiali.

     Siamo sotto il Torrione del Ponte, fatto costruire da Carlo d'Angiò, sotto i Cistercensi, una torretta con merlature e piombatoi per il comando del ponte levatoio.

All’interno del portale si nota, murata, la porta che dà andito alle feritoie per spari di moschettoni; da una stanza grande ha inizio un cunicolo che s’interra e che non si conosce esattamente la terminazione e si pensa sbocchi all’estremità di San Nicola, o addirittura immetta alla Caprara attraverso il canale di mare. Da servire s’intende, per la salvezza dei frati tanto laboriosi e previggenti da custodirvi viveri indispensabili in un lungo assedio.

Eccoci arrivati alla Meridiana, cisterna formidabile, opera dei frati, ricostruita verso il 1962 (il nome lascia intendere la sua funzione di segnare l’ora per mezzo dei raggi di sole, in origine quando si supporrebbe non fosse ricoperta dal terrazzo). E’ profonda m.17.

Si salgono intanto alcuni gradini, così vicini per comodità degli asinelli che dovevano transitare. Il gradino in alto, ha la data 1792 della ricostruzione.

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La Chiesa di Santa Maria a Mare:

- La facciata

Finalmente possiamo ammirare il capolavoro dei frati, la Chiesa di Santa Maria a Mare.

Fu costruita dai monaci nell’anno 1045, al posto dove vi era l’antica cappella eretta dall’eremita col denaro del tesoro trovato per indicazione della Madonna.

Su ordinazione dei Canonici Lateranensi, l’architetto e scultore Andrea Alessi da Durazzo e Niccolò di Giovanni Comari, fiorentino, operarono nell’anno 1473 il rifacimento con pietra bianca di Bisceglie, dell’intera facciata e del portale, con motivi decorativi rinascimentali che rivelano l’influsso veneto-toscano.

Si notano:

In alto, due piccoli angeli che sollevano un candelabro.

In mezzo, la Vergine assunta, coi cherubini e apostoli che sembrano tirarle la corona del Rosario; ai suoi lati la statuetta di San Paolo, a destra e altra irriconoscibile.

In basso, una lunetta con bassorilievo dove una volta si poteva distinguere Sant’Agostino mostrare i dogmi della Regolare Vita ai canonici lateranensi.

Sulla facciata si vedono segni di cannonate sparate nel 1809 dagli Inglesi e Russi, appostati in San Domino, nella lotta contro i Francesi di Giuseppe Napoleone, a capo dello Stato napoletano, con vittoria dei francesi per il valore degli isolani.

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- L'interno

Consiste di tre navate, quella centrale quadrilatera, molto ampia, che lascia pensare come l’altare sorgesse al centro della chiesa, a guisa delle chiese bizantine, la cui arte è limitata in vario modo (si notino i mattoni alle colonne) e dove qualche autore vorrebbe ritenere tuttora l’esistenza della cripta col tesoro.

L’esistenza, in alto al frontale dell’attuale presbiterio, di semi-archi, ripieni, fa chiaramente pensare al loro sostentamento su colonne che concentravano la vista e l’attenzione dei fedeli al centro.

Il presbiterio è delineato da arcate, ricche di motivi decorativi gotici, rifacimenti dei monaci Cistercensi, che rivelano una diversità con le restanti colonne e archi, più semplici, di rimaneggiamento bizantino.

Risalta subito all’occhio: la Croce lignea, a sinistra; il polittico veneziano, di fronte; il pavimento mosaico. Appartata a destra, la cappella del Beato Tobia da Como, con le sacre reliquie. In fondo alla navata sinistra, la statua lignea de Santa Maria a mare. In alto, il soffitto ligneo con decorazioni pittoriche barocche raffiguranti l’Assunzione della Vergine: una scritta sull’arcata del presbiterio, ne indica la data, nell’anno 1775, di ricostruzione.

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- Il crocifisso

Appena entrati ci sentiamo attratti e nello stesso tempo scossi dal corpo denudato e patetico del Cristo crocifisso, opera di rarità singolare e di valore inestimabile.

La Croce lignea, presenta formato particolare, con allargamento della tavola centrale raffigurante l’evangelista Giovanni testimoniante e la Vergine implorante ai fianchi di Cristo e grandezze monumentali, alta m.3,44, larga m.2,58 di tradizione bizantino-siriana, caratteristiche che poche altre in Italia hanno e gli è uguale soltanto la croce dipinta da Alberto Sotio nel Duomo di Spoleto.  

Il dipinto invece è rarità solo della Croce tremitese.

Si mette in risalto la rarità della configurazione del Cristo con braccia lunghe, corpo magro e lungo, testa piccola rispetto al corpo, occhi grandi e aperti, volto sofferente e leggermente rivoltato, con proporzioni singolari di parti, ed in questa peculiarità delle proporzioni ne differisce dalle altre e si diversifica inoltre dalle rimanenti dal tono patetico che è caratteristico dell'arte bizantina.

Pertanto si ritiene d'importazione orientale, del sec. XI e non più tardi del sec. XII.

Nel significato dei bizantini è la rappresentazione del Cristo morto e risorto, secondo la tradizione orientale che vedeva il Cristo morto sulla croce nell'attimo contemporaneo in cui finiva di soffrire per salire al Padre e per la quale credenza il volto del Cristo è raffigurato non tutto cadente verso terra ma leggermente sollevato verso l'alto.

Con meravigliosità sorprendente, il capo del Cristo lo si vede, di vero, girare verso la parte da cui si guardi.

Il retro riporta raffigurato l'agnello.

I restauratori Brizi d'Assise, nel settembre 1922, riportarono sulla tavoletta, quanto trovarono scritto nella custodia del Crocifisso, che tradussero in tal senso: «Nell'anno 747 qui portato dalle spiagge greche, per vie marine, nave la croce, nocchiero ero io (il Cristo)», significando che la Croce giungesse alle coste tremitesi miracolosamente guidata dallo stesso Cristo.

Comunque l'iscrizione sulla custodia non è di provata autenticità.

La Croce, che deperiva in un angolo umido, subì un ultimo restauro a Roma, da dove fu ritirata a fine settembre 1961.

La pittura venne completamente asportata e poi riportata sullo stesso legno previamente trattato con materiale plastico e resinoso per la sua duratura conservazione.

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- Il pavimento mosaico

Il pavimento conserva avanzi di mosaico greco-bizantino, stupendo nei colori e disegno geometrico e figurativo, che risale all'epoca stessa in cui i Benedettini edificarono la chiesa, attorno il 1045. Il mosaico fu messo in mostra nel restauro dell'anno 1963, sino allora rimasto deturpato da rappezzi di cemento. Presso l'altare maggiore, il mosaico dell'albero della vita, abbattuto ovvero rigoglioso, è simbolo di decadimento o rifioritura dell'abbazia.

A destra del grifo, che occupa il centro del disegno della navata centrale, vi è raffigurato l'uccello Diomedea, specie caratterizzata dal canto notturno dl lamento eguale a quello di bambino che piange.

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- Il polittico veneziano

Opera mirabile di scultori veneziani, della metà del sec. XV, su ordinazione dei Canonici Lateranensi, che rispecchia lo stile dorico-veneto.

Vi sono rappresentati, con dovizia d'intagli e dorature:

Al centro: l'Assunzione dl Maria contornata dagli Apostoli e l'incoronazione di Maria Vergine.

A destra: Santa non identificata, S. Michele, S. Agostino (a devozione dei Canonici Lateranensi osservanti la regola del Santo africano), S. Giovanni Battista con l’agnello (rappresentante Cristo: «Ecce Agnus Dei» disse appena Lo vide).

A sinistra: San Nicola di Bari, San Cristoforo col Bambino sulle spalle; e in basso, San Benedetto col libro della Regola, fondatore dell'ordine benedettino a Montecassino e San Gregorio Magno, che diffuse l'ordine dei Benedettini.

Per grandiosità il polittico tremitese è stato accostato (dal Salmi) a quello del duomo di Piacenza e di S. Zaccaria di Venezia (cfr. M. D'Elia, Mostra d'arte in Puglia).

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- La statua lignea di Santa Maria a Mare

La statuetta, di provenienza orientale, rappresentante Santa Maria, col viso e le mani colore bruno, col bambino Gesù, in legno, è l’icona venerata sin dalla ricostruzione della chiesa ad opera dei Benedettini, all’inizio dell’XI secolo.

E’ detta Santa Maria a mare, per la vista a dominio del mare tutt’attorno. Il suo culto era grande e sentito, tale che, racconta la leggenda, nella festività del 15 agosto, un devoto, che perdette l’occasione dell’imbarco a Rodi, fu colto da mestizia e si raccomandò alla Vergine che spalancò il mare, permettendogli di giungere a piedi a Tremiti.

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- Le reliquie del Beato Tobia da Como

Non si conoscono troppi particolari di vita. Si crede fosse religioso, nativo di Como, vissuto in santità di costumi alle Tremiti e acclamato «Beato» per voce di popolo. Il suo corpo fu ritrovato in mare, anteriormente alla metà del secolo scorso, quando fu rimesso nell’attuale bara.

Nell’omonima cappella, si noti la fossa di seppellimento dei frati.

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Chiostri del Monastero

Al lato della chiesa, s’incontra un primo chiostro, formato di porticato con volta a crociera e loggiato che gira tutt’intorno, con vista sul mare.

Al suo centro esiste un’artistica cisterna, restaurata nell’anno 1793.

Poi ci si comunica con altro chiostro, stupendo, dove risaltano le colonne dorico-ioniche, finemente adorne e i medaglioni, diversi tra loro; di questi, il settimo, reca la scritta «1546 AVE REGINA CELORUM» che è la data di costruzione del colonnato ad opera dei Canonici.

Ha medesimamente un’ampia cisterna al centro.

Si noti come il chiostro fosse ricolmato di terra, in origine a livello inferiore al mezzo metro, che si deduce dall’altezza degli ornamenti messi in luce alla base delle colonne nel restauro del 1963.

Il cornicione di spigolo, mostra un pezzo di semiarco e basamento interrotti, il cui caso ci assicura che il porticato continuava nei restanti tre angoli con loggiato da servire ai frati di vista sul mare durante la passeggiata.

La ruberia dei tre ordini di colonne, si deve attribuire ai Francesi della Rivoluzione che asportano dall’Italia molto di quel che reputavano d’artistico.

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L’abbazia Tremitese:

- La prima cappella costruita dall'eremita

La leggenda tramanda che attorno al 312 d.C. vivesse in umiltà di costumi e in preghiera un’eremita cui la Madonna andò in sogno, per indicargli il luogo dove sicuramente ritrovare il tesoro. L’umile uomo non si premurò e la Madonna gli va nuovamente in sogno rimproverandolo della pigrizia.

La leggenda vuole che fosse il tesoro della tomba di Diomede. Con il denaro ricavato dal ritrovamento, a devozione il sant’uomo eresse una cappella che dedicò alla Vergine nel luogo dell’attuale chiesa e per la quale molto materiale prezioso introdusse da Costantinopoli.

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- I Benedettini

Essendosi sparsa la fama della devozione per la Madonna di Tremiti, il Papa inviò frati dell’ordine Benedettini, dipendenti da Cassino, per divini uffizi, nell’anno 1016.

Questi frati, nel 1045 intrapresero la costruzione della chiesa, nel luogo dove vi era la cappella dell’eremita e del monastero. Provvedevansi al necessario per la vita, oltre che con la coltivazione della terra tremitese e di San Domino, molto fertile, che essi chiamarono orto del paradiso, più ancora col commercio con ogni razza di gente, anche pirata.

Divennero ben presto ricchi, oltre che per lasciti di devoti, accumulando grandi tesori e acquistando terre in terraferma.

Si fecero guerrieri, assoldando truppe al loro seguito, per necessità di difesa.

Divennero tanto potenti da contestare validamente la dipendenza dalla superiore Abbazia di Montecassino, fino a ottenere promessa solenne d’indipendenza assoluta.

Le continue insubordinazioni, la noncuranza alla conservazione del patrimonio terriero e la rilassatezza a vita che non sia quella religiosa, indusse l’autorità papale a intraprendere un’inchiesta, condotta dal vescovo di Dragonara, che convocò in terraferma l’abate e monaci tremitesi, non avendo avuto coraggio di attraversamento del mare per Tremiti per paura di pirati slavi amici dei monaci tremitesi.

L’inchiesta portò alla decisione di allontanamento dell’ordine benedettino da Tremiti nell’anno 1236.

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- I Cistercensi

Inviati nell’anno 1237, religiosi dediti ai divini ministeri e non bellicosi come i frati che li presedettero.

Essendosi sparsa la voce degli inestimabili tesori e ricchezze accumulati dai monaci tremitesi e particolarmente dai Benedettini, slavi pirati del Castello d’Almisio, paese a 10 Km. da Spalato, escogitarono il modo d’impossessarsene.

Giunti a Tremiti assaltarono per due volte la fortezza senza riuscita. Indi il loro capo, a nome Almagovaro, si fece rinchiudere, a guisa di morto, nella bara dove avevano nascosto armi da taglio. Due di loro si recarono dai frati per insistere di seppellire da cristiano lo sventurato capitano, falsificando che, in fin di vita pentito, avesse lasciato loro trecento scudi veneziani.

Quei frati, allettati dal lascito cospicuo e dall’esteriorità compunta per il finto trapasso, nulla quelli lasciando trapelare dell’intento proposito massacratore di loro stessi e saccheggiatore dei tesori, dettero permesso di salire disarmati.

E mentre quei buoni religiosi recitavano preghiere di pace per l’anima creduta trapassata, ecco che il finto morto si rialza e ognuno di quelli afferrava una lama che nella bara si trovasse, si avventa come belva contro gli sventurati frati.

Indi quei perfidi si dettero ad ogni ruberia, profanando ancora il sacro luogo.

Tornato l’abate che si trovava per sua fortuna fuori e avendo trovato i confratelli tutti sgozzati ed esanimi, riprese diritto la via di Roma, reclamando la scomunica per quella gente empia.

In verità la scomunica si fece sentire, tanto che le mogli non avevano figli e se nascevano venivano deformati e nessun prodotto di terra veniva a maturazione.

Talchè, ripetutosi il fenomeno per diversi anni e credendo veramente operare la vendetta divina, che era credenza durasse cento anni, quella gente prese accordo di mandare il curato, a loro spese, a Roma per l’assoluzione papale.

Tolta la scomunica, quei perfidi, non vollero saperne delle spese.

Lì tal lutto fu talmente temuto che i pochi frati scampati assieme all’abate, avanzarono richiesta ed ottennero dal Papa l’esodo volontario dall’isola nell’anno 1343, che segnò la fine dei Cistercensi a Tremiti.

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- I Canonici Lateranensi

Dopo l’esodo volontario dei Cistercensi, nell’anno 1343, l’isola fu data in commenda a Cardinali, che l’amministrarono con concessione delle terre e enfiteusi.

Nell’anno 1412, benché contro voglia, essendo vivo il ricordo del precedente eccidio da parte di pirati slavi, frà Leone Cherardini, rettore dei Canonici Lateranensi, dovè accettare l’invito di recarsi, assieme ad altri canonici, a Tremiti.

Questi pensarono subito a ben fortificazioni affidando la loro salvezza a fortezza inespugnabile e a difensori della Santa Religione. Così intrapresero di buona voglia la costruzione di tutta la muraglia di fortezza della marina, completarono quella di fortezza del Castello, delimitate dal Torrione Angioino e Cavaliere di San Nicolò, che restaurarono e ampliarono e iniziarono, oltre detto Torrione del Cavaliere, la tagliata dell’isola coll’intento di separare il Castello con la creazione di canale di mare, da rendere il forte inespugnabile da qualsiasi parte.

Ottennero poteri di amministrare la giustizia e torturare i delinquenti.

Assoldarono fino a trecento soldati, con i quali potettero resistere all’attacco del Gran Turco Solimano II, che, forte di 150 galee, comandate dal pascià Pialy, assediò il 5-6-7 agosto 1567 le Tremiti, ritenute base indispensabile per esigenze di pirateria.

Alla notizia dell’assedio, frate Nicolò da Vico, capitano di una nave dell’Abbazia, aiutato da altri valorosi, quale frate Alberico, detto testa di ferro, riuscirono coll’astuzia di travestimento a impossessarsi di una galea turca, presso il Fortore, con la quale mossero verso l’Abbazia tremitese, che era ben difesa dai confratelli votati al sacrificio della Religione.

Alla fine Pialy, disperando dell’esito, anche per l’avvicinarsi di temporale, tolse l’assedio, prendendo la via del ritorno, ma subendo qualche perdita (i fusti bronzei di cannone del museo si riterrebbe appartenessero a qualcuna di queste galee affondate).

Amministrarono una popolazione residente di circa 600 persone (circa 100 i canonici) e numerose dipendenze in terraferma, tra le quali le chiese di Galena, presso Peschici, Montenero, San Nicola Imbuti, presso il lago Varano, che l’apparteneva, Sant’Agata, presso Lesina, Santa Maria in Valle e Frisa, presso Chieti, Santa Maria di Ripalta ed altre.

Nell’anno 1780, Ferdinando IV di Napoli, soppresse definitivamente l’Abbazia di Tremiti, cambiandone volto con l’istituzione della colonia penale.

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Le colonie penali:

- La colonia penale dei romani e dell'impero di Carlo Magno

I romani destinarono le Tremiti a luogo di deportazione. Tra altri, fu relegata Giulia figlia di Agrippa e di Giulia, nipote di Augusto, imperatore romano.

Sua madre Giulia, molto avvenente, sposò Tiberio; il padre Augusto, alla notizia della immoralita per prostituzone della figlia, la relegò a Ventotene, piccola isola della Campania.

Tiberio, successo al trono, la fece morire di fame e relegò la di lei figlia a nome medesimo Giulia a Tremiti, per gli stessi vizi di condotta sfrenata e prostituzioni numerose sino all'infima classe degli schiavi. Giulia, dopo vent'anni di relegazione, mori nell'anno 28 d.C. a Tremiti, e le sue ceneri non furono ammesse nel Mausoleo dì Augusto.

L'anno 771 d.C. vi fu relegato anche Paolo Diacono, consigliere e suocero di Carlo Magno, che tramutò In esilio in sua condanna originaria ad essere cavati gli occhi e tagliate le mani, per colpa di conqiurare contro di lui: questi riuscì ad evadere riparando a Benevento.

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- Colonia di Ferdinando di Napoli

Ferdinando I, re di Napoli e Sicilia, nei 1792 istituì a Tremiti la colonia penale, inviandovi guappi, vagabondi.

Decaduti i borbonici, successe al reame dl Napoli Gioacchino Murat, cognato di Napoleone, il quale liberò i relegati che commisero atti di valore nell'assedio da parte degli Inglesi e Russi, che bombardarono, nel 1809, la facciata della Chiesa. Con la caduta dl Napoleone, ritornarono al trono di Napoli nuovamente i Borboni, e Murat tu costretto a riparare presso il fedele Veneziani cha l'ospitò nella villa presso Rodi, e si direbbe che fosse venuto a Tremiti a nascondervi il tesoro.

Ferdinando Il di Borbone, al fine d'incrementare la popoIazione e contribuire allo sviluppo dell'isola, intese dare una famiglia a quei relegati, divenuti liberi coloni per atti di valore durante l'assedio.

Nel febbraio 1844, fece imbarcare, noncurante delle proteste del popolo, le orfanelle della Casa S. Annunziata di Napoli su un veliero, che una tempesta di mare fece ritornare indietro, fatto che tu ritenuto un miracolo del Signore, che ha voluto evitare il sacrificio di povere creature, ancora adolescenti e caste.

Indi inviò altro carico di cento donne che giunsero a destinazione e si unirono ai coloni.

Queste unioni spiegano le origini del dialetto napoletano che dai locali si parla.

Questi hanno origine oltre che dai coloni innanzi riferiti, anche e prima dal seguito dei frati, costituito da gente artigiana, contadini e maestri di mestieri, dalle guardie di alloggiamento alle Tremiti e dalle numerose famiglie che vi hanno stabilito la residenza in tempo recente.

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Il confino fascista

Per comando del governo Mussolini, furono tradotti alle Tremiti, coatti per delitti comuni, come omertà, borseggio, pervertiti, mafiosi siciliani, ed Inoltre personalità politiche contrarie al regime fascista.

Tra le personalità politiche d'importanza vi erano i parlamentari: Finzi, Ferrari, Martire, Flecchia, Philipson. Semeraro e Pertini.

Inoltre tu inviato a scontare la pena Amerigo Dumini, coautore del delitto Matteotti, il quale per disposizioni superiori, era libero in San Nicola di vagare di giorno e di notte dove volesse con l'obbligo di farsi seguire da due carabinieri, quasi come sua guardia del corpo.

La sua corrispondenza era la sola a venire trasmessa direttamente al Duce in lettera che non potesse essere aperta per censura.

Dumini occupava l'alloggio a sinistra della cancellata dello spiazzale del Torrione del Cavaliere di S. Nicolò, occupato oggi dai capo-posto della marina militare.

Le prigioni di rigore dei coatti erano a sinistra sottostante l'arco del torrione suddetto, e altra prima di giungere alla cisterna detta Meridiana, antistante la chiesa, molto tetre,

Anche a S. Domino si occuparono due cameroni, sulla strada che porta al campeggio del T.C.l., per alloggio confinati. Tutti I deportati evacuarono e si resero liberi nel 1943 alle notizia della caduta dei fascismo.

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Il sepolcaeto greco - romano - La tomba dl Giulia

Oltrepassata la tagliata di San Nicola, sotto la fabbrica caserma della Marina Militare (di appostamento nella prima guerra mondiale) vi sono alcune fosse, scavate nella roccia, più piccole della media statura d'uomo, a motivo dell'usanza del Greci e Romani di seppellimento rannicchiato sul lato rivolto alla levata del sole, come per mirare il sorgere della vita perduta!

Vicino si noti l'esistenza, intatta, della grotta della Madonna, così denominata dal supposto ritrovamento di statuetta raffigurante la Madonna.

Ancora in questi pressi la leggenda vuole si trovasse la tomba di Diomede (quale?) scoperta dei resti umani e del tesoro di cui era ricca.

Qui dovrebbe pure localizzarsi la tomba di Giulia, nipote dell'imperatore romano Augusto, da Tiberio relegata per intime prostituzioni, sorvegliata dal feroce carceriere Numida, e deceduta alle Tremiti dopo aver scontata venti anni di esilio.

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Altre località d’interesse di San Nicola

A destra del moletto:

La Grotta di San Michele, il cui fronte raffigura molto somigliantemente un teschio. Al suo fianco è possibile vedere acque azzurro-turchesi fosforescenti.

Gli Scogli Segati, enorme masso dirupato e nella caduta spaccatosi perfettamente in due, meglio che se fosse stato segato da mano esperta.

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SAN DOMINO

La Grotta delle Viole

Acque chiare, che lasciano intravedere nel fondo terso di cristallo, molluschi variopinti, guizzanti pesciolini di colore argenteo, stelle vaganti, alghe rossastre1 che colorano di scarlatto vivido le acque da una parte; mentre dall'altra parte, raggi di Sole radiante, penetrano nell'intimo del fondo e nel riflettersi in alto e rifrangersi sugli scogli di color violetto recano alle acque attraversate una lucentezza di azzurro come di cielo in giorno sereno.

E infine attornia questo spettacolo una corona di fiori, formata nel sovrastante vallo dalle essenze dei fiori di centaure, ambrette e cinerarie violette, e che si specchia in un laghetto antistante e nell'azzurro fosforescente della grotta, che è contemplazione di spettacolo mirabile d'arte naturale e divina, che nell'insieme riempiono di stupore per le bellezze tanto insolite e infondono nell'animo l'ebbrezza dell'incanto di natura meravigliosa.

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Lo Scoglio dell'Elefante

Appena prossimi alla punta di S. Domino, oltre Cala Matano, scorgiamo, con stupore, uno scoglio grandioso a forma di animale.

L'animale tutto in roccia, simile ad elefante di altezza di venti metri appare accovacciato, con proboscide tesa, come per fiutare la brezza marina, e chissà, il respiro del mondo.

La natura ha voluto immedesimarsi sotto torma di elefante, ma più mastodontico del conosciuto animale forse a voler significare come essa possa fare le cose più grandiose e perfette di quanto gli uomini sappiano.

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I Pagliai

Verso Punta del Diamante, sotto alta roccia e vicino a spiaggetta arenosa, si erigono monoliti maestosi, a forma di piramidi, somiglianti a veri pagliai. In numero di sette, di cui qualcuno ha la base aperta per l'attraversamento del mare, e altro mostra sulla punta resti di vegetazione, segno del recente distacco dalla costa di S. Domino.

Vaganti nell'azzurro mare, artefici del proprio destino, come per significare la conquista dell'individualità.

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La Grotta del Bue Marino

Appena intravista, qui lo sguardo si spaventa, per quel senso di timore verso l’ignoto immenso e cupo.

La grotta s'interna per una lunghezza di metri 70 e si allarga da 6 a 14 metri per formare in fondo, nel buio semifioco del giorno e tetro della notte, una piccola spiaggetta arenile.

E il senso del timore ti prende il polso al pensiero d'incontrarti col bue marino, una foca lunga tre metri o del peso di tre quintali, più volte vista dai locali nella caverne.

Ma tranquillizzati, turista, perché il pinnipede non assale la specie umana.

Se proprio per un momento ti troveresti solo col pinnipede, esso avrebbe paura di te fatto avviso dall'istinto di natura che ha circostanziato la razza umana come carnivora, da schivare (e difettando del senso di scernimento da uomo a uomo).

Narrasi dai locali che è stato più volte visto (all'incirca ogni due anni, o meno), oltre che nella grotta che porta il suo nome, anche seduto sugli scogli, a prendere Sole, in attesa di cogliere l'occasione, un tempo quando vi erano molti vigneti, dell'incustodia per approfittare di una scorreria a gustarsi una bella mangiata dell'uva di cui è ghiotto, quale frutto naturale, a danno di quelli che hanno fatigato tutto l’anno per produrne, e non conoscendo le limitazioni che alla proprietà gli uomini danno.

In questa grotta, se visitata prima del tramonto, con ciel sereno, si potranno ammirare le acque diventate di colore azzurro-smeraldo, dai colori della roccia che vi si riflette, e per il fenomeno di fosforescenza derivante dalla penetrazione e rifrazione dei raggi di sole.

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La Ripa dei Falconi

Fuoruscito dalla grotta sarai preso nuovamente da sgomento, per la rupe alta a picco, con annidati rapaci sparvieri.

Questi falchi, per il gusto saporitissimo e squisitissimo erano molto ricercati dai Francesi, che qui venivano a procurarsene, e che ne catturavano i piccoli, calandosi alla nidiata muniti di corazza di difesa dagli artigli dl quei rapaci.

Si narra, che un cacciatore, che si era calato giù per la roccia con corda sino ad una nidiata, sostenuto da altro compagno da terra, se l'avrebbe vista veramente male perché i falconi assalirono con gli artigli l'uomo che sosteneva la cordata, e la conclusione sarebbe stata tragica se non fosse per caso accorso in tempo in loro aiuto un capitano con la guardia, che allontanarono gli assalitori.

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Altre località d’interesse di San Domino

L’architello di San Domino, con acque fosforescenti.

La Grotta delle Rondinelle, con alta volta a crepaccio, dove nidificano le rondini, con acque azzurro-fosforescenti.

Grotta delle Pecore, meravigliosa dal colore fosforescente azzurra.

L’ampia Cala degli Inglesi, frequentata particolarmente dai soci T.C.I., dove un tempo affondò un battello di contrabbandieri inglesi.

Cala Tonda, che forma un suggestivo laghetto.

La magnifica Cala Matano, con spiaggetta arenosa, così chiamata dal nome della duchessa Matano, moglie del comm. Elia che aveva poteri di amministrazione sull’arcipelago.

Prima di quest’ultima cala, vi è un rifugio sicuro per motoscafi e imbarcazioni più grandi nella Cala dello Spido.

Il mare sotto l’estrema Punta del Diamante, ha meravigliosità di colori fosforescenti, azzurro e smeraldo. Vi si scorge lo Scoglio del Monaco, dall’aspetto di monaco genuflesso.

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IL CRETACCIO

Il Cretaccio, l'isolotto giallo per la costituzione argilloso, nudo senza segni di vegetazione, della estensione dl ha. 3,5, è in continua sgretolazione per incessanti azioni corrosive di agenti atmosferici e marini.

E' un isolotto destinato a scomparire fra qualche secolo.

Irto con punte alte trenta metri, che diventa un'avventura da pionieri raggiungere per la friabilità e mobilità del terreno argilloso, su cui pur carponi, è facilissima la caduta nell'abisso del mare che lambisce attorno.

Da due anni ha una riserva di conigli selvatici come pure la Caprara.

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Lo Scoglio del Diavolo

Alla punta del Cretaccio rivolta alla Capraia, separato da spaccatura. vi è lo scoglio del Diavolo, che ha preso il nome da un'avventura da rabbrividire,

Raccontasì che un pescatore, bestemmiatore, fosse solito frequentare tale scoglio per la ricchezza di prodotti e una notte, alzando la rete e non avendovi visto pesce impigliato, esclamasse in segno d'ira, « Oh diavolo».

In quell'istante preciso una voce strana, rauca, udì il pescatore rispondere, «cosa vuoi dal diavolo? ».

Lo sventurato, a quelle parole, fu preso da brividi per tutte le membra tale che impugnato i remi della barca tirò dritto per casa sua giungendo tramortito.

In appresso si seppe che quelle parole furono profferite da pescatore nascosto In diverso scoglio, che voleva distogliere l'altro, con lo spavento, da pescare in quel posto.

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Lo Scoglio della Vecchia

Alla distanza di m. 20 dal Cretaccio, trovasi lo Scoglio della Vecchia, secco, così denominato dalla leggenda che vi andava a filare il fuso una vecchia, pur quando era temporale.

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Un mare dl smeraldo

La marna del Cretaccio e quella del basamento di S. Nicola, sciogliendosi nelle forti piogge sì riversano nel mare, che acquista colore di verde-smeraldo, mentre lo Scoglio della Vecchia si colora di bianco-neve per il frangersi dei flutti di mare agitato; uno spettacolo questo che riempie di stupore, che è sentimento per le cose mutate e più belle.

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LA CAPRAIA

Grotta Sorrentino o Grotta dell'Amore

La tua vista è distratta per il costone di Cala Pietre di Fucile che appare uniforme, finché si noti un'insenatura nascosta, quasi sperduta in un angolo di terra e di mare e che attrae l'attenzione dello spirito sempre più desideroso di nuove conoscenze, e pertanto ti accosti spingendoti lentamente.

E' Grotta Sorrentino, azzurra come quella caprese e smeralda per la vegetazione fiorente nel fondo terso, mentre il tonfo piano del remo guizza brillantini colore celeste come cielo e rosa di gemme.

Nel tocco delle pareti e sfiorare delle acque limpide che sembrano corrispondere e invitare ad amare la natura ti vien a fantasticare come bello fosse in questo seno toccare e sfiorare fanciulla sospirosa con le braccia tese finchè saranno strette nell'incanto di amore più strano.

TI viene a pensare spontaneo come si arrivi a trovare le cose più sperdute a immaginare e speri che Grotta Sorrentino accontenti la tua voglia insoddistatta fino a quel momento.

Ma alla fine tu lasci la grotta con la fantasia di amore immaginario e desiderio che il sogno diventi realtà.

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L'Architello di Capraia - Il Grottone

Perfetto di architettonica naturale, pittoresco, che lascia Intravedere uno sfondo con penisola sinuose e il Gargano, con retrostante laghetto attorniato di mare, cielo e terra, dove l'Arte-Natura ha voluto erigersi un tempio rituato da aves diomedeae, osservato da occhio umano dal sovrastante faro, da dove l'anima manda pensieri di piccolezza di sè, presa dal soprannaturale.

L'architello ha grandezze colossali. Largo metri cinque, con fiancata di metri quattro e altezza di metri sei. Ha acque fosforescenti colore smeraldo.

Il faro, che si specchia nel laghetto racchiuso dall'architello, sì accende automaticamente all'imbrunire e si spegne con la luce solare.

Nella cala a fianco si trova il Grottone, la grande grotta di altezza di 15 metri, larghezza di 8 metri e lunghezza di 10 metri, che serve di riparo alle barche dei pescatori che vi prendono rifugio per scampare ai temporali. Le sue acque sono azzurro fosforescenti.

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Grotta Turchese

Questa grotta mira l'Architello e parte di orizzonte della terraferma ed è sormontata dal Faro.

Entratovi il turchese ti colpirà la vista come l'azzurro splendore di cielo, e sarai preso da meraviglia per l'insorgere di brillantini fosforescenti nei tondo turchino, mossi dal tonfo piano e silenzioso dei remi che avanzano nella grotta.

Grotta Turchese ha il fondo terso dai colori azzurrinozaffiro d'intensità eguale allo stupore del tuo animo. che in quel momento di suprema visione ha la fantasia rivolta alle armonie di colori in una grotta azzurra, zaffiro, turchese.

A sinistra scorgi uno speco sopra uno specchio di acqua vivida per le alghe. i coralli, i molluschi che ne colorano le acque rosso-porpora, come un tappeto sfiorato, accarezzato dalla natura che freme. spasima, ha ansia di vita per chi sogna una vita di speranza sulla porpora del suo letto d'amore. nella fantasia romantica dei sogni che hanno una realtà o che non si avverano mal se vi si ritorna in solitudine.

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Grotta dei Misteri o Grotta Smeralda

Posta tra Punta Secca e l'Architeilo. ed intravista da uno spiraglio a guisa di finestra. si accede con battello da apertura ben ampia sulla destra della piccola baia.

La grotta è ben alta ma non abbastanza ampia e dilettandoti a mirare le rocce diventate violette e scarlatte per la fosforescenza delle acque che sembrano aver creato paesaggio sottomarino multicolore e di brillante vivacità e poi da uno spiraglio Interno alla grotta contemplando il vicino faro, sentirai il bisogno di appoggiarti alla roccia per voltare la barca.

E così continuando, stendo in piedi e appoggiato alla parete destra, subito alla fine sentirai un masso non diverso e di piccole dimensioni, scuotere e vibrare senza staccarsi e ti sarà sorprendente udire un vero sussurro di un suono che continua anche dopo lasciato il masso e stupirai non sapendoti spiegare lo strano fenomeno.

E' la Natura che freme e palpita di vita e parla col suo linguaggio naturale, come per dirti: «turista, ho ansia di rivederti tra queste bianche scogliere, tra il fascino delle isolette selvagge e incantevoli per il mare con acque azzurre e smeralde, chiare e limpide e dove il ricordo delle giornate trascorse all'ombra di aromatici pini, o delle notti senza luna alla maliziata ricerca della rinomata diomedea, o dei sogni realizzati negli anfratti di mare in dolce unione di compagna o compagno d'avventura, divverrà nostalgia e desiderio vivo per il ritorno nei luoghi dedicati all'amore».

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Altre località d'interesse di Caprara

Appresso Grotta Sorrentino, si trova la Grotta della Vedova, così denominata dalla vicenda di una vedova che per evitare la pretesa di corteggiatore preferì dimorare in grotta a picco di due metri sul mare, quasi inaccessibile.

Segue l'ampia Cala dei Turchi, accogliente nella spiaggetta preferita dal turista in cerca d'avventure, dove si rifugiarono le galee turche nell'assedio del 5-6-7 agosto 1567.

Rivolti verso San Nicola, sono gli Scogiletti, formanti un piccolo arcipelago, molto suggestivo, presso spiaggetta arenosa.

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A CACCIA Dl TESORI

Sappi che la storia tramanda veri ritrovamenti di tesori, sotto la guida di semplici letture romanzesche.

Giunse una volta a Tremiti un vascello con a bordo una principessa morta durante il viaggio e si dice venisse seppellita con tutti i diamanti che indossava a cavalco della roccia della Punta nord-est di San Domino, pertanto detta Punta del Diamante e del quale fatto esiste una vestigia evidente: tale ritenuto un grave sopramasso a contorno precisamente delineato, visibile dal mare.

Qualcuno pure non dubitando dell'arrivo del vascello a Tremiti, ritiene che il luogo di seppellimento della principessa debbasi localizzare unicamente alla Punta della Stracciona di Caprara, il che però è messo in dubbio dalla denominazione stessa di Stracciona che non si addicerebbe per una principessa che indossa diamanti.

Tale avello, se pur vero, rimane ancora inesplorato, ma non difficile da esplorarsi essendo esattamente localizzato.

Re Giocacchino Murat, con la caduta di Napoleone, suo cognato, che determinò il ritorno a Napoli dei borbonici, fu costretto a rifugiarsi a Rodi Garganico, presso la villa del fedele Veneziani e si dice avesse fatto un salto a Tremiti per nascondere Il tesoro personale.

Non si è avuto poi alcuna notizia della sorte di questo tesoro.

Un confinato, nel tempo dell'espiazione della pena del confino fascista, trovò casualmente un grosso diamante in un grottone di San Nicola: nel medesimo esiste tuttora un cunicolo artificiale, molto ripido, strettissimo in cui l'eco del lancio di una pietra è risentita a distanza dì tempo e non risulta essere stato esplorato dai presenti per frana esistente nel basso.

Raccontasi pure che altro confinato ritrovasse uno scrigno di monete appena sollevato un pezzo di scalinata sottostante l'arco del Torrione del Cavaliere, oggi marina militare e che una volta libero, per paura di perquisizione, avesse trasportato in terraferma le monete in più volte, lasciando le rimanenti dove le aveva trovate fiducioso nella segretezza del giaciglio.

Il tesoro della tomba di Diomede, se non leggenda, fu ritrovato dall'eremita per indicazione della Madonna, col cui denaro procurò le prime fondamenta, ordinate a Costantinopoli, della mirabile Chiesa di Santa Maria a Mare.

Ma la tomba dl Giulia, nipote dì Augusto Imperatore romano, di cui è certo il confino e la morte a Tremiti e di cui si sa (ne riferisce Tacito negli Annali) che le spoglie non furono ammesse nel Mausoleo di Augusto, tomba comune della famiglia imperiale, non si conosce se effettivamente fu esplorata e scoperta degli oggetti di oro e preziosi che usavano indossare le caste nobili, pure nella miseria.

Circa il 1875 giunse a Tremiti un vascello francese portando con sè una mappa.

Subito questi assoldarono tremitesi per un certo scasso dl terreno ubicato presso la Vasca di S. Nicola, ai di là della tagliata. Dopo vari giorni, d'improvviso si vide Il vascello partire sul tramonto e quegli stessi tremitesi che avevano scavato, ritornatovi si accorsero con sorpresa che la buca era più profonda e appariva evidente, per il concorso di altri segni, il ritrovamento di quanto fossero venuto a cercare e cioè che avessero effettivamente trovato il tesoro indicato dalla mappa.

I pirati, accondiscenti i monaci, avevano creato una caverna con inizio, sulla sinistra, a breve avanzamento nella Grotta del Bue Marino, e che giungeva verso la sommità della Punta dell'Eremita.

Senz'altro essi si servivano del covo per scappare da inseguitori, i quali però se osavano inseguirli entro detto covo, con grave sorpresa vi trovavano la morte per il congegno predisposto dai pirati.

In detto covo, ben ampio da dove si accede dal mare, è bene immaginare, se pur sola fantasia, possano essere stati nascosti preziosi da parte del pirati che avevano tanta fiducia di salvezza di loro stessi e che avrebbero pure ritenuto luogo sicuro per la salvezza dei loro averi e tesori.

In una recente esplorazione, che dovè subito arrestarsi per frana che copriva l'intero passaggio, vennero rinvenuti resti umani.

Da scoglietti vicino alla Grotta del Bue Marino, sì nota uno stretto sentiero che sale al luogo, a picco sulla grotta, dove vi è una piccola buca, che è l'entrata ad altro nascondiglio di pirati, lungo centinaia di metri.

La Chiesa di S. Maria a Mare, per l'accertata mancanza all'origine di presbiterio e evidenza di semiarchi interrotti che ne dovevano racchiudere l'interno, al suo centro doveva avere la cripta con i tesori a devozione della Madonna, dove è ricordo dovesse accedersi da sotterraneo del chiostro piccolo.

Probabilmente la cripta con ogni ornamento sacro e preziosi donativi, esista ancora.

Moltissimi relitti sottomarini, particolarmente grosse anfore, hanno sicuro fondo nella Cala della Provvidenza e Vuccolo.

Alcune anfore sono state portate via da turisti, altre, però sono le meno facili da sollevare, attendono di essere portata alla luce.

Stalattiti meravigliosi, in caverne inesplorate, è possibile scoprire alla base e intorno all'attuale serbatoio metallico di S. Domino.

Fossili con minute conchigliette, apprezzabili per bellezza, è sicuramente possibile rinvenire tra le secche rocce sopra Punta del Diamante e Campeggio Internazionale.

Attorno al 1929 gli isolani rinvennero due orecchini d’oro, singolari: costituiti da due anfore in ognuna delle quali appariva il Polittico della Chiesa di Tremiti. Detto Polittico era chiaramente visibile nell'anfora superiore, mentre nell’anforetta inferiore appariva solo con l'aiuto di lente d'ingrandimento.

Si crede che i detti orecchini appartenessero ad una principessa araba, mandata a Tremiti ad espiare la pena per la colpa d'infedeltà.

La principessa, seppure di giorno libera, di notte invece era costretta dalla guardia a dimorare in una grotta di Caprara, dove per ordine del principe consorte, veniva se-viziata alla stessa ora della notte in cui venne sorpresa con l'amante: quegli attimi di godimento dovevano tramutarsi in strazi e attimi di pena, a rimorso e pentimento della colpa d'infedeltà.

Pare che fosse questa la principessa, ormai ridotta dalla schiavitù a stracciona, a venire seppellita, come si tramanda, nella Punta sud-ovest di Caprara dove ha preso la denominazione di Punta della Stracciona e che la grotta in cui veniva costretta a dimorare la notte per essere torturata, fosse quella stessa poi occupata dalla vedova ivi rifugiatasi per evitare la corte da parte di persona non accetta.

Potrebbe essere pur sorprendente l'esplorazione del passaggio segreto che inizia alla base del Castello, lateralmente al Torrione Angioino e porta quantomeno all'estremità nord-est di S. Nicola, e, quanto asserito da alcuno, congiungerebbesi alla Caprara attraverso il canale di mare.

Detto cunicolo era il luogo più sicuro per nascondere ogni sorta di donativi di oro, diamanti, preziosi, vettovaglie nell’eventualità di un assedio, ed il prezzo della collaborazione e servizi resi dai monaci agli amici pirati.

Il Castello mostra alla base rivolta alla terraferma segni di vestigia indicativi dì passaggio segreto a sinistra e sotto l'attuale ricetrasmettitore d'onda della teleselezione.

A S. Domino esistono buche inesplorate presso i cameroni e la via che conduce al Faro.

La Cala Tonda di S. Domino, dove il mare forma un laghetto, ha una grotta, invasa dalle acque, dove è possibile scorgere due mensole di ferro conficcate artificialmente, per il quale fatto si azzarda a ritenere la grotta come un nascondiglio marino.

Molte notizie sulla sorte di altri tesori non sono state tramandate per il fatto che ai frati successe gente nuova e forestiera.

INDICE

L’ARCIPELAGO

La leggenda di Diomede

Scoperta di reperti antichi - museo civico di San Nicola

Colonia - costituzione del comune

SAN NICOLA

La muraglia fortezza

Il castello dei Badiali

La Chiesa di Santa Maria a Mare:

- La facciata

- L’interno

- Il crocifisso

- Il pavimento mosaico

- Il polittico veneziano

- La statua lignea di Santa Maria a Mare

- Le reliquie del Beato Tobia da Como

Chiostri del Monastero

L’Abbazia Tremitese:

La prima cappella costruita dall’eremita

I Benedettini

I Cistercensi

I Canonici Lateranensi

Le colonie penali:

- La colonia penale dei Romani e dell’impero di Carlo Magno

- Colonia di Ferdinando di Napoli

Il confino fascista

Il sepolcreto greco – romano – La tomba di Giulia

Altre località d’interesse di San Nicola

SAN DOMINO

La Grotta delle Viole

Lo scoglio dell’Elefante

I Pagliai

La Grotta del Bue Marino

La Ripa dei Falconi

Altre località d’interesse di San Domino

IL CRETACCIO

Lo Scoglio del Diavolo

Lo Scoglio della Vecchia

Un mare di smeraldo

LA CAPRAIA

Grotta Sorrentino o Grotta dell’Amore

L’Architello di Capraia – Il Grottone

Grotta Turchese

Grotta dei Misteri o Grotta Smeralda

Altre località d’interesse di Caprara

A CACCIA DI TESORI

 

 

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